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Titanic

Storia di Glass, genio della bugia

Gianni Riotta
 
Gli articoli di Glass non mi piacevano. Troppo ben messi, troppo sarcastici. Diffido del giornalista sempre più intelligente del lettore, sempre più furbo dell'intervistato. Mi viene il dubbio: non sarà così in gamba, perché tiene il filo del racconto, su giornali, rotocalchi, tv?
Ieri, anche il New York Times ha portato in prima pagina la storia di Stephen Glass, che ormai gli addetti ai lavori conoscevano. Quegli articoli così forbiti, quelle virgolette così saccenti, erano falsi. Invenzioni, fiction, bugie, menzogne e basta.
La convenzione dei giovani conservatori antiClinton che si strafanno di alcol e stupefacenti? Bugia. La riunione dei pirati del computer, con luoghi e date e sigle? Menzogna. Il festival dei venditori di pupazzi, bicchieri, gadgets, con l'immagine di Monica Lewinsky, la bambolona della Casa Bianca? Spiacenti: una fantasia.
Per «The New Republic», il settimanale americano che nei primi anni Ottanta era il laboratorio dei nuovi liberal e oggi s'è ridotto a casa di riposo per tromboni delusi, è uno smacco formidabile. E Stephen Glass è riuscito a vendere i suoi articoli posticci anche ad altre, celebri, riviste americane, Harper's, Rolling Stone, George, diretto dal mediocre John Kennedy jr. Coda tra le gambe, tutti chiedono scusa ai lettori.
Nel giornalismo l'immaginazione va, talvolta, al potere. L'intervista al poliziotto brutale, esclusiva scritta dal collega brontolone che però non s'è mai mosso dal bar. Le intercettazioni del blitz captate a mezzo mondo di distanza, da un inviato allora senza Viagra. «Arricchimenti», roba da cartellino giallo. Il rosso toccò alla bella Janet Cooke, licenziata dal Washington Post per avere inventato la storia del bambino drogato.
Glass è il genio della bugia. Inventa indirizzi, personaggi, dialoghi. Come sperava di salvarsi alla lunga? Ha narrato le malefatte del gruppo «Verità nella Scienza», associazione di Cristiani ostili alla cultura dei Verdi. Esistono? No. Ha inventato la lotta antidroga fatta mandando al laboratorio, prezzo 115 dollari, un capello sfuggito al collega sospetto. Finalmente un giornalista ha voluto controllare i dettagli di Glass, già ricco e famoso a 25 anni, e il castello di bugie è crollato. Pinocchio Glass si ritrova con il naso lungo, il salario corto, e un avvocato esoso come Grillo Parlante. Ha raggiunto l'Olimpo, la prima pagina del Times: ma alla gogna.
Quando il collega impiccione chiede conferme a Glass, ottiene il numero di telefono della ditta «Jukt Microsonics». Risponde invece il fratello di Glass, che balbetta, si impiccia, confessa. Pinocchio Grande Firma corre su Internet e crea un sito, facciata artificiale della «Jukt». La cartapesta elettronica non regge, il nostro eroe si trova sbugiardato, solo e indebitato.
Peccato, scriveva con sarcasmo e snobismo, ma aveva talento. Perché l'ha sprecato grossolanamente? Quanto sperava di durare, a 25 anni, inventando articolo dopo articolo? Non era più facile impugnare il taccuino o dedicare la fantasia alla narrativa popolare? Glass è un maniaco? Un malato?
La verità è più agra. Giornali e tv, in America, sono ancora migliori dei nostri. Glass ha potuto però agire come un Sindona della stampa, grazie allo sdoppiamento della realtà. Viviamo in un mondo parallelo, quello artificiale degli «Eventi» contrapposto a quello, umile ma reale, delle «Notizie». Davanti agli «Eventi» esclamiamo «Quante pagine?» «Quanti minuti in prima serata?» trascurandone verità e dimensioni. Un aneddoto inventato pesa più di tre cartelle raziocinanti e ben scritte. L'intervista può essere una fiera delle vacuità, purché «esclusiva». Edward Murrow diceva, non conta chi fa lo scoop, ma chi sa spiegare la notizia: Murrow, altro maestro dimenticato nel mondo di vetro dei Glass.

www.rcs.it/riotta


TELEFONO, IL NOSTRO CAOS

di BEPPE SEVERGNINI
 
Telecom Italia, con epica costanza, ci spiega che da venerdì 19 giugno dovremo usare il prefisso anche per le telefonate urbane. Ci informa poi che la novità non ci costerà una lira. E noi diciamo: ci mancherebbe. Per ringraziare della comprensione, la Telecom dovrebbe mandare a tutti gli abbonati un mazzo di fiori. Suggeriamo camomilla, passiflora e valeriana, per gli effetti calmanti.
Prendiamo per buona la spiegazione che ci viene fornita: nel rispetto delle direttive europee e in nome della concorrenza, è necessario consentire l'ingresso di nuovi operatori nella telefonia. Per far ciò occorre aumentare le combinazioni numeriche.
«Fissare» il prefisso, abbiamo letto, consentirà di introdurre nuovi numeri che iniziano con 0 e con 1, creando 140 milioni di combinazioni in più. Le conseguenze immediate sono evidenti. Per comporre il numero del fruttivendolo sotto casa, ci vorrà più tempo che ad andarci di persona. Occorrerà riprogrammare telefoni e fax. Sarà necessario ristampare carte intestate e biglietti da visita, in attesa di rifarlo dopo il 29 dicembre 2000, quando si cambierà ancora (in futuro i numeri fissi inizieranno con 9, i cellulari con 3, i «numeri verdi» con 8). Una gioia per tipografi e cartolai, ma uno stress per tutti noi. Negli ultimi tempi, tuttavia, ci siamo adattati a molte cose (dai computer al bipolarismo); ci adatteremo anche a numeri di telefono lunghi come codici fiscali. Abbiamo però il diritto di esprimere qualche dubbio. Eccone un piccolo campionario.
Dubbio numero uno: se lo scopo era aumentare le combinazioni, perché non anteporre una cifra (uguale in tutta Italia) ai numeri esistenti? I nuovi meganumeri saranno infatti imprevedibili, e difficili da ricordare. Imprevedibili perché i prefissi (che in Italia sono di due, tre e quattro cifre) si uniranno a numeri che, nella stessa città, vanno da cinque a otto cifre (a Milano c'è chi dice: più è corto, più è chic).
È facile prevedere una confusione spettacolare, di quelle che mettono di buonumore gli americani quando arrivano dalle nostre parti. In America, infatti, i numeri di telefono hanno sempre sette cifre; i prefissi, tre cifre. Questa semplicità porta vantaggi pratici (scrivendo un numero, è meno facile sbagliare) e mnemonici. Negli Usa hanno individuato la «barriera dei sette numeri», oltre i quali ricordare diventa difficile. Ma in Italia, evidentemente, siamo più intelligenti.
Il dubbio numero due è un semplice corollario: perché in America, nel mercato telefonico più affollato e libero del mondo, il «prefisso urbano» non esiste? Se dall'albergo di New York chiamo il ristorante di sotto, non devo comporre il 212.
Siamo al dubbio numero tre: poiché «Fissa-il-prefisso» parte da un'iniziativa europea, perché non ci siamo mossi tutti insieme? Al momento, ognuno fa quello che vuole: in Francia e Spagna, il prefisso urbano è in funzione; in Gran Bretagna e Germania no, e non se ne parla nemmeno. Forse perché i tedeschi, se gli cambiavano i numeri di telefono dopo avergli scippato il marco, diventavano isterici.
Dubbio numero quattro. Telefonando dall'estero, dovremo ricordare di comporre lo zero del prefisso (per chiamare il «Corriere» da Londra, dopo il 19 giugno: 0039-026339). Ma dovremo continuare a ometterlo se chiamiamo un cellulare. Ebbene, provate a spiegare a un inglese che 0332 è il prefisso di Varese, mentre 0336 è quello di un telefonino. Ieri ci abbiamo dedicato il pomeriggio, ma abbiamo lasciato interlocutori dubbiosi.
Il dubbio finale è questo: non potevamo fare le cose semplici? Così, tanto per cambiare.