Lo sfruttamento minorile
Distratti da molte cose
non ci pensiamo spesso, ma è una triste realtà di oggi: mentre
noi giochiamo, ci divertiamo od andiamo a scuola, ci sono bambini della
nostra età che lavorano 8, 10 ed anche 14 ore al giorno, tutti i
giorni dell’anno, per vivere.
La cosa succede anche
in Italia, ove circa 300.000 bambini sotto i quattordici anni sono
a lavorare (per qualche ora al giorno dopo la scuola e, qualche volta,
per giornate intere avendo completamente abbandonato la scuola). Il problema
è ancora più drammatico in certi paesi poveri dove quasi
la metà dei bambini sotto tale età è già al
lavoro, faticando spesso come adulti e venendo pagati 2-3000 lire al giorno.
Viene spontaneo dire:
“E noi cosa ci possiamo fare?” oppure “Secondo me, visto che quei paesi
sono troppo lontani, ed è troppo difficile fermare le multinazionali,
non ci resta altro da fare che comprare quei prodotti, così possiamo
almeno garantire a quei bambini un pezzo di pane! ”.
Invece, ragionando
così, sbagliamo, perché tali bambini tolgono il lavoro ai
propri genitori, che sono costretti quasi sempre a rimanere a casa disoccupati,
perché i padroni preferiscono avere lavoratori giovani, illegali,
che possono essere più ricattati, licenziati, maltrattati perché
privi di diritti. E che spesso hanno stipendi che non sono sufficienti
per una vita dignitosa e muoiono di fatica, fame o malattie dopo soli 10
– 20 anni di lavoro.
Ognuno di noi può
e deve fare qualcosa per fermare questa inciviltà: per esempio informarsi
e cercare di scegliere prodotti ottenuti senza utilizzo di lavoro minorile,
e con salari un po’ più giusti per i lavoratori.
La cosa non è
facile perché le imprese, specie le più grandi, spendono
centinaia di miliardi all’anno per sponsorizzare campioni sportivi, manifestazioni
ecc. o per farsi pubblicità, però tengono segreto come e
dove sono ottenuti i loro prodotti.
Però, se ci
facciamo attenzione, le informazioni cominciano ad essere conosciute:
dalle notizie di palloni e palle sportive confezionate in Bangladesh od
in India, ai tappeti fabbricati in Pakistan, dalle bambine sfruttate per
la raccolta delle foglie di tè ai bambini utilizzati nelle piantagioni
di banane, nelle miniere, nelle fabbriche di mattoni, fino ai casi odiosi
di bambini sfruttati per la prostituzione od addirittura mutilati od uccisi
per ricavarne organi per i trapianti...
Sta alla nostra coscienza
reagire, magari aderendo alle campagne di protesta o di boicottaggio. Quest’ultimo
consiste nel non comprare uno o più prodotti di imprese ingiuste,
facendo loro sapere che non li acquistiamo più perché non
siamo d’accordo coi loro comportamenti.
Se il boicottaggio
è fatto da un certo numero di consumatori, le conseguenze possono
essere che l’impresa, se vuole continuare a vendere, sarà
costretta ad assumere operai maggiorenni, come vuole la legge. Quegli operai
potranno essere i genitori disoccupati che mandavano in precedenza i figli
a lavorare. L’impresa non ci rimetterà molto: ad esempio si sa che
se una scarpa sportiva costa da noi 100.000 £, all’operaio toccano
solo 1.000 £.
Ora se l’impresa pagasse
uno stipendio doppio o triplo al suo operaio non ci rimetterebbe praticamente
nulla, basterebbe qualche spot in meno.
Ma chi ci garantisce
che l’impresa pagherebbe di più i lavoratori adulti? La cosa
non è automatica specie quando di troviamo in nazioni di grossa
povertà e disoccupazione, però sarebbe più probabile
perché gli adulti sono più capaci di organizzare scioperi
o proteste, possono organizzarsi in sindacati, oppure possono avere il
coraggio di denunciare il loro capo.
E’ bene che cominciamo
a conoscere cosa è il boicottaggio. Ma bisogna sapere anche
cosa e come boicottare. I prodotti sono molti ed è difficile, come
dicevamo, conoscere tutte le marche che sfruttano i minori. E poi i boicottaggi,
per avere successo, devono essere ben organizzati.
Dice Maria : “Se sono
solo io a non comprare da una ditta ingiusta, a questa non fa né
caldo né freddo e succede soltanto che io sono in pace con la mia
coscienza. Ma se in tanti lo facciamo, scegliendo le ditte che si comportano
meglio (anche a costo di spendere qualcosina in più), pian piano
le cose potranno cambiare”.
Ci sono state o ci
sono ancora campagne di boicottaggio per imprese che sfruttano il lavoro
minorile. Le più conosciute fra queste sono : Nike, Adidas, Mattel,
Chicco, Benetton, Reebok, Levi’s, Chiquita, Mondo (palloni di gomma), Nestlè
(sorprese nelle uova di Pasqua) ecc.
Ma per saperne di più
possiamo informarci su libri, riviste o presso gruppi impegnati in campagne
contro il lavoro minorile. Uno di questi gruppi opera anche nella nostra
zona: è il gruppo "Iqbal Masih" di Massa-Carrara che ha un
sito Internet all’indirizzo http://www.zia.ms.it/iqbal . Visitiamolo per
cominciare a conoscere anche tali realtà del vivere quotidiano nostro
e di milioni di nostri amici, e cosa sia possibile fare per cambiare.
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“I bambini che hanno
scritto i loro diritti hanno ragione” è il commento del nostro compagno
di classe, Andrea Marchi. “Il loro sfruttamento deve finire e noi con loro
dobbiamo gridare assieme, sempre più forte, per la loro libertà,
contro la grande ingiustizia di bambini tra i 6 ed i 14 anni costretti
a confezionare e vendere droga, cucire scarpe, vestiti o palloni, costruire
giocattoli per noi senza che a loro sia lasciato un minimo di tempo per
giocare.
Iniziamo a pensare
ogni volta che compriamo qualcosa. Pensiamo se non sia il caso di rinunciare
a qualche gioco, pallone o vestito “di marca” per sostenere i loro diritti:
non è bello esser felici sullo sfruttamento degli altri!”